Da una parte c’è la Sardegna costiera, quella nota, il paradiso del turismo balneare, dei servizi. Poi c’è quella più ancestrale, quella dell’interno, dei territori montuosi, degli scenari agro-pastorali, certamente non meno bella e con grandi potenzialità economiche e turistiche. Da una parte un’Isola che lotta per emergere, per crescere, che guarda al futuro; dall’altra quella che lotta per sopravvivere e tutelare sé stessa, la sua memoria e la sua storia. Nell’entroterra sardo la popolazione invecchia e i giovani vanno via: un impoverimento demografico accompagnato da un declino economico che appare difficile da arrestare. Meno reddito, quindi, ma anche meno risorse, meno impresa.
Lo spopolamento della Sardegna è iniziato dopo il piano di Rinascita. Ma dagli anni Sessanta ad oggi il fenomeno è diventato inarrestabile: se nel 1961 la popolazione localizzata nei comuni dell’interno dell’isola era pari al 47% del totale regionale, nel 2020 essa è scesa al 33% e di questo passo potrebbe scendere al 29,7% nel 2050.
“La crisi che ha fatto seguito all’emergenza sanitaria è solo l’evento più recente che, in Sardegna, si è inserito in un contesto di persistente debolezza economica e declino demografico - dichiarano Pierpaolo Piras e Francesco Porcu rispettivamente presidente e segretario regionali di CNA Sardegna - un declino che va avanti da oltre trenta anni e che ha colpito alcune aree più di altre. Ad aree più dinamiche sia da un punto di vista socio-economico e demografico si contrappongono territori il cui declino demografico ed economico appare già oggi molto difficile da arrestare.
“Senza un progetto di sviluppo adeguato che ponga maggiore attenzione alle dinamiche socio-economiche dell’entroterra, attraverso la valorizzazione e la tutela dell’immenso patrimonio paesaggistico e culturale delle aree interne, ripensando la qualità della domanda turistica, promuovendo un turismo culturale, naturalistico, esperienziale e promuovendo la cultura, l’economia, l’artigianato e le tradizioni locali, il rischio è che il fenomeno stesso, accelerando, possa portare, in certe realtà dell’interno, non solo ad una morte economica ma anche ad una ben più irreversibile morte anagrafica – evidenziano Piras e Porcu -. Una morte che è anche una morte culturale, quando l’impoverimento del territorio porta ad un impoverimento del capitale umano, con gli individui culturalmente più preparati che prediligono contesti socio-economici più dinamici e tendono a spostarsi verso le grandi città, i comuni litoranei o all’estero”.